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Pinocchio

16 ottobre 2012

NormannaAlbertini

Scrive Normanna Albertini:

Poi arrivò la Befana. Sapevo che mi avrebbe portato un regalo. Mia mamma non aveva disfatto l’albero: un vero pino (silvestre) cavato da mio nonno sul Monte Battuta, lì a due passi da casa, e trapiantato in un vaso di coccio. L’avrebbe ripiantato nel bosco, poi. Sui rami stillanti resina, mandarini e caramelle e castagne e noci. La punta di stagnola in alto. Niente lucine. Sapevo che la Befana mi avrebbe lasciato il regalo proprio lì, vicino al vaso. E la mattina del sei gennaio mi alzai con mio padre che diceva, giù dalle scale, che c’erano delle impronte, fuori, sulla neve, che c’era anche l’impronta di una scopa. Avevo compiuto sei anni nell’ottobre appena passato e avevo imparato a leggere subito, nei primi due o tre giorni di scuola. La Befana lo sapeva: sotto l’albero trovai un libro. Brividi di gioia. Mi rinchiusi in camera, lo sfogliai, l’annusai, l’accarezzai. Mi innamorai di ogni immagine. M’innamorai di Pinocchio. Soffrii per lui, piansi per lui; piansi di gioia quando, alla fine, lo vidi trasformato in un bambino vero. La Befana mi aveva aperto una porta sul mondo fuori, ma anche sul mio mondo dentro. La Befana mi aveva fatto un regalo immenso. La Befana, scoprii solo da adulta, era la mia bisnonna Jusfina.

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