Posts Tagged ‘Orsacchiotto’

Yoghi Piccolo

1 novembre 2012

Scrive Davide Musso:

Ho sempre sospettato che Yoghi Piccolo non amasse i rivali. Quando me lo regalarono – avevo un anno – diventò immediatamente il mio preferito, a parte un breve periodo in cui il podio gli fu strappato da Leone, un peluche dalla folta criniera su cui mi buttavo quando ero triste. Ma un giorno qualcuno lo infilò in lavatrice e Leone venne fatto a pezzi dalla centrifuga. Mia madre ancora oggi nega di essere la responsabile dello scempio.
Poi fu la volta dei pesciolini rossi: non facevo in tempo a portarli a casa dal luna park che li trovavo pancia all’aria sul pelo dell’acqua.
Per non parlare della tartarughina che scomparve senza lasciare traccia. In casa nessuno si è mai capacitato di come sia riuscita, minuscola com’era, a spostare la pietra che arredava la sua vaschetta e a scavalcare il bordo di plastica che la separava dalla libertà.
L’ultimo in ordine di tempo fu Yoghi Grande, un orsacchiotto arancione che, come suggerisce il nome, consideravo il fratello maggiore di Yoghi Piccolo: sparì misteriosamente nel trasloco dell’82.
Da allora, Yoghi Piccolo è rimasto l’unico e il solo, e ora scruta il mondo dall’alto della libreria di fianco al mio letto.

Di nuovo al mio fianco

14 ottobre 2012

Scrive Sandra Ammendola:

Osito.
Non mi ricordo più il suo nome.
Regalo dalla zia-madrina
alla mia nascita, nel 1963.
Ritrovato nel 2009,
sotto, dietro,
coperto da pezzi di lenzuola,
nell’armadio di mia madre.
Dal 2009 è di nuovo
al mio fianco,
con un’altro nome:
Chinche.

Orsacchiotto

12 ottobre 2012

AdaGanimede

Scrive Ada Ganimede:

Black mi stava già aspettando nella culla quando sono nata, è un regalo dello zio Carlo, il mio preferito, fratello minore di mio padre.
Pare lo abbia comprato quando ha saputo che sarei arrivata e anche se forse non è proprio così mi piace pensare che questo orsacchiotto di pezza sia la prima cosa che è stata veramente mia.
Mi raccontano che da piccolissima ci dormivo avvinghiata e che correvo ad abbracciarlo quando mi rimproveravano o piangevo per qualsiasi altra ragione.
Non so scegliere un ricordo in particolare per raccontarlo.
Black è stato il mio bambino e il mio allievo quando giocavo alla mamma e alla maestra, il mio pubblico quando mi fingevo una concertista e i cuscini erano il pianoforte o quando ballavo in salotto sui video di Madonna.
Gli raccontavo le mie storie preferite, me lo sedevo accanto quando guardavo i cartoni alla tv e ogni volta che potevo o me lo permettevano lo portavo con me.
Un giorno ha perso un occhio, non ne sono sicura ma è verosimile che glielo abbia cavato mia sorella (io non avrei mai, mai potuto!) durante una delle sue scellerate incursioni nella mia stanza, oppure il gatto Merlino che aveva l’abitudine di usare i pupazzi per farsi le unghie ,ma ho continuato ad amarlo pazzamente e a parlargli come fosse il mio migliore amico anche quando sono cresciuta e ho smesso di giocarci in senso stretto.
L’ho fatto sempre e lo faccio ancora, lo faccio anche adesso che l’infanzia è lontana trenta’anni e 1294 km.

Popoff e il cubo

7 ottobre 2012

Popoff e il cubo

Scrive Francesca Perinelli, nella lettera che accompagna la fotografia:

Ti invio Popoff e il cubo.
Il primo, come tutte le “persone” con le quali condividiamo la maggior parte del tempo, (tempo ordinario, pacifico, privo di accenti) si è limitato a esistere al mio fianco, senza lasciare altro ricordo che un senso lontano di nido, notte e pigiamini.
Il secondo invece, da me frequentato intorno ai dieci anni, resta un oggetto ineffabile, che ancora oggi mi suscita sentimenti ambivalenti: attrazione, ammirazione, invidia, odio.
Se queste erano le premesse, ecco perché il mio oggi è come è oggi. Ma pazienza.