Che cos’è questo sito e come si partecipa alla cosa

12 ottobre 2012

Il blog Il ricordo d’infanzia nasce parallelamente a un’iniziativa che si chiama, guarda caso, Il ricordo d’infanzia. (continua…)


Scarpe da notte

2 novembre 2012

Scrive Federico Falcone:

Le faceva mia nonna paterna, perché in inverno, la notte, non ci si raffreddassero i piedi.
Perché in Sicilia, con la scusa che stai in Sicilia, i riscaldamenti li accendono tardi e poco.
Ne faceva in gran quantità e per tutta la famiglia.
Mi divertivano, perché sembravano scarpine per neonati ipersviluppati.
Mia madre non le sopportava. Diceva che poi, sotto le coperte, sudavano i piedi e non era igienico.


Trisavoli

2 novembre 2012

Scrive Pupibina:

Il mio “oggettino” è la coppia di ingombranti ritrattoni della nonna e del nonno di mia nonna (mai riuscita a considerarli miei parenti. Finora). Mi terrorizzavano -soprattutto Lui- perché ovunque mi spostassi, per orribile magia, i loro occhi si muovevano, mi seguivano, fissavano sempre me! Poi in seguito non mi incutevano più quel tipo di paura, ma un bel po’ di disagio sì: mi guardavano con severa riprovazione. Ultimamente invece leggo nel loro sguardo una sorta di sdegnoso COMPATIMENTO, che finalmente condivido con totale empatia. Anche perché non mi pare più rivolto solo a me… Già: che tempi, eh, cari? se ve l’avessero detto…


La borsina dei desideri

2 novembre 2012

Scrive Pia Piccinini:

Piccola, appesa ad una catenella d’argento, trapuntata di perline.
Mia mamma l’aveva da molti anni e le era cara. Per me la più bella borsina del mondo.
L’ho avuta in dono il giorno della Prima Comunione nell’aprile del 1947.
Non so chi me l’avesse suggerito, forse la madrina, ma ci avevo messo dentro un foglietto con tre desideri. Si sono avverati… A maggio la donerò alla mia nipotina Martina per la sua Prima Comunione e le dirò di metterci dentro i suoi tre più importanti desideri. Chissà che la magia non si ripeta….
I miei tre desideri erano nell’ordine : un cane, un principe azzurro, tre bambini.
Ho avuto : tre cani, un principe azzurro, un bambino….
Così è la vita.


Portauovo

1 novembre 2012

Scrive Francesca Scotti:

Quando mangiavo l’uovo alla coque mi sedevo a capotavola, al posto di mio padre. Lo facevo per dare le spalle alla cucina e a mia madre che rigovernava. E perché mio padre si era già alzato ed era andato nel suo studio, a scrivere numeri e formule con la mano sinistra.
“Franceschina, ma non ti va proprio niente?”
Non avevo voluto il risotto, né il pollo tagliato a pezzetti.
“Neanche l’ovetto ti va?”
Capitava spesso che non volessi mangiare nulla. Ero diffidente verso il cibo.
Ma l’ovetto… per quello c’era sempre posto. La mamma lo cuoceva 3 minuti esatti, così il tuorlo restava cremoso ma l’albume sodo. Quando era pronto, non si sedeva con me ma continuava a lavare i piatti perché potessi consumare il mio piccolo rituale: lo battevo piano con il dorso del cucchiaio per non farmi sentire, lo sgusciavo appena per poter arrivare al nucleo. Lo mangiavo tutto, raschiando bene ma con delicatezza. Poi, una volta finito, capovolgevo il guscio vuoto perché sembrasse intatto.
“Mamma, non mi va neanche l’uovo” dicevo poi con voce lamentosa.
Lei si avvicinava con aria fintamente spazientita: “Ma Francesca, vuoi proprio farmi arrabbiare allora!”, e così dicendo sollevava il portauovo, leggero. Lo riappoggiava, mi guardava: “C’è qualcosa di strano in questo uovo…” Prendeva in mano il guscio e finalmente scopriva il trucco che già conosceva.
Ridevamo insieme, mi abbracciava e mi scompigliava i capelli. L’abbracciavo forte anch’io, contenta di non averla fatta preoccupare andando a dormire a digiuno.


Mille lire

1 novembre 2012

Scrive Carmine Vitale:

Ho un piccolo elenco di parole che sembrano essere andate fuori corso
Ci penso spesso quando mi arrivano giorni in cui il sole fa fatica a bucare le nuvole
Parole imparate su un campo di terra insieme alle regole del gioco
Come fossero vincoli assoluti in cui credere
Parole per cui ridere morire vivere litigare
Dimenticate come le vecchie mille lire
Con quella faccia di Giuseppe Verdi che ti faceva compagnia e averne una soltanto in tasca, quando arrivavi al campetto, ti bastava a farti sentire uguale a tutti gli altri bambini
Come a una frontiera
Al riparo del bene e del male
Due di quelle parole dell’elenco
Pure
Semplici
Elementari.


Fochina

1 novembre 2012

Scrive Marco Candida:

Da piccolo mia nonna ci faceva partecipare alle pesche di benificenza. A me piaceva. Dare la monetina, pescare il bigliettino dalla boccia di vetro… Ecco la pesca del biglietto era forse la parte che mi piaceva di più, ma non saprei dire perché. Una volta ho pescato un biglietto che corrispondeva a un grosso panda. I panda erano i miei animali preferiti da piccolo. Me lo sono portato a casa e ho provato anche a dormirci, un paio di volte il panda mi ha cacciato fuori dal letto – cadevo e finivo sul pavimento. Era un panda veramente molto grosso. Un altro era Coccolino. Un orsacchiotto. Gli volevamo tanto bene. Ma mio fratello e io gli abbiamo poi fatto un’operazione per salvargli la vita e e tutto il sangue di Coccolino è fuoriuscito – sottoforma di palline di polistirolo – ed è morto. Fochina invece c’è ancora. Non ricordo dove l’ho comprata, se l’ho vinta a una pesca di beneficenza o se è stata un regalo. Ma foche e trichechi mi sono sempre piaciuti. Ero piccolissimo, avevo quattro, cinque anni, sei al massimo. Attorno al 1984. Fochina è un oggetto superstite della mia infanzia. Lo tengo su una mensola nella mia camera. Anche se proprio oggi che lo cercavo l’ho ritrovato nel cassetto di una scrivania sul solaio. Io però pensavo fosse sulla mensola della mia stanza. Invece qualcuno deve avermelo spostato e messo in quel cassetto. Così mi viene da riflettere che c’è anche chi si incarica di metterti via l’infanzia. Però su una mensola in bella vista o in un cassetto il ricordo rimane sempre vivo. Persino il ricordo di Coccolino è ancora ben vivo. Forse anche di più.


Yoghi Piccolo

1 novembre 2012

Scrive Davide Musso:

Ho sempre sospettato che Yoghi Piccolo non amasse i rivali. Quando me lo regalarono – avevo un anno – diventò immediatamente il mio preferito, a parte un breve periodo in cui il podio gli fu strappato da Leone, un peluche dalla folta criniera su cui mi buttavo quando ero triste. Ma un giorno qualcuno lo infilò in lavatrice e Leone venne fatto a pezzi dalla centrifuga. Mia madre ancora oggi nega di essere la responsabile dello scempio.
Poi fu la volta dei pesciolini rossi: non facevo in tempo a portarli a casa dal luna park che li trovavo pancia all’aria sul pelo dell’acqua.
Per non parlare della tartarughina che scomparve senza lasciare traccia. In casa nessuno si è mai capacitato di come sia riuscita, minuscola com’era, a spostare la pietra che arredava la sua vaschetta e a scavalcare il bordo di plastica che la separava dalla libertà.
L’ultimo in ordine di tempo fu Yoghi Grande, un orsacchiotto arancione che, come suggerisce il nome, consideravo il fratello maggiore di Yoghi Piccolo: sparì misteriosamente nel trasloco dell’82.
Da allora, Yoghi Piccolo è rimasto l’unico e il solo, e ora scruta il mondo dall’alto della libreria di fianco al mio letto.


Fiabe italiane

1 novembre 2012

Scrive Caterina Comingio:

Il primo libro e il primo tormento. Fiabe italiane di Italo Calvino, ed. Mondadori, settembre 1986.
Dovevamo leggerlo durante le vacanze di Natale della prima elementare.
Naturalmente, me ne dimenticai in pieno.
Negai, candida, all’inquisizione di mia mamma che non si bevve la due settimane senza compiti:
recidiva, finsi anche quando scoprì il quadernino in fondo alla cartella e le istruzioni della maestra che vi erano contenute.
Spedì mio fratello a ordinarli (due tomi!!!) all’unica libreria di Casarsa, ormai chiusa da oltre vent’anni.
Mattino presto; seduta in cucina, a gambe lunghe distese su un’altra sedia, al caldo potente del termosifone; di fronte alla portafinestra, con un occhio agli amichetti chiassosi in cortile.
Costretta a leggere tutto in una sola settimana, i primi di gennaio del 1987.
Ma già al primo di quei pomeriggi, non li invidiavo più!


Le testate dei letti

1 novembre 2012

Scrive Grazia Cadeddu:

Le testate dei letti, nei quali ci siamo avvicendate con le mie sorelle. Da piccole dormivamo in tre nella cameretta realizzata in stile degli anni. Poi, ho scoperto che tra le amiche eravamo in diverse ad averla uguale. Io, delle sorelle, ero la più piccola e all’inizio dormivo in un lettino di fronte a loro. La notte tardavo ad addormentarmi e avevo paura del buio e di tante cose per cui dormivo un po’ con l’una e un po’ con l’altra. I profili delle decorazioni non avevano segreti per me, spesso nelle ore di insonnia, nonostante l’ospitalità, li ripassavo con le dita.
Ultimamente erano state unite per fare da testata a un letto matrimoniale, così come nella foto. Su una testata ha resistito, fino all’ultimo, un adesivo dei giochi della gioventù.
Ora non esistono più, almeno fisicamente.


La Vergine

1 novembre 2012

Scrive Silvia Guasti:

E’ perfetta. Piccola e ben scolpita, un piccolo furtarello alla collezione di cose varie di mio padre. Una figurina di legno finemente scolpita della Vergine. Un giorno l’aureola si spezza a metà. Disastro completo anche per uno dei miei giochi preferiti. Imbandire un altare tra due seggiole con tovaglia calice e …ostie ritagliate da carta bianca. Eseguivo tutto il rituale a memoria di qualche Messa vista con le zie. Più messale di preghiere per i morti, ché la mamma in casa ha solo quello. Il Vangelo ancora non è per me pertinente, una fede sfegatata, naturale non imposta né da babbo né da mamma, entrambi atei, a soli 4 anni. Anno 1963 circa.
Dunque cosa faccio? Prendo un bel bottone marrone e lo incollo dietro la nuca della Vergine. E eccola qua. Riprendo le mie funzioni con accanto l’immagine intera di aureola.
Ancora oggi è sulla mia scrivania.


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